Nel 1934 il cruciverbista dell'«Observer» Edward Powys Mathers, sotto lo pseudonimo del temibile inquisitore spagnolo Torquemada, dà vita a un romanzo giallo che è al tempo stesso l'enigma letterario più difficile mai concepito. Torquemada decide di "torturare" il suo lettore stampando le pagine in ordine sparso, privando di fatto il racconto di ogni linea temporale. Naturalmente, con concentrazione e una logica ferrea, è possibile ripristinare l'ordine corretto della narrazione così come è stato concepito dal suo autore. Arrivare alla soluzione del mistero, attribuendo a ciascuno dei sei cadaveri presenti nella storia il rispettivo assassino, non è però affatto banale. In tutti questi anni ci sono riusciti solo in tre. Come in una sorta di Cluedo, compito del lettore è accettare la sfida, tagliare le cento pagine del libro, e ridisporle nell'ordine prestabilito; ma soprattutto non perdersi d'animo: in ogni gioco ben congegnato, si sa, molteplici sono le false piste e una sola la soluzione corretta. "La mascella di Caino" è più di un libro game, più di un rompicapo che risveglia l'ingegno e la tenacia, è un gioiello di enigmistica e letteratura, che torna nelle mani dei lettori quasi un secolo dopo la sua geniale ideazione.
Librerie Coop
Le tecniche della pittura abbracciano le pratiche necessarie per dare consistenza e durabilità ai dipinti, e quei principi direttivi dietro i quali l'artista può trasformare le sostanze coloranti in elementi idonei alla imitazione delle luci e dei colori che rivestono le cose naturali. Questa estensione procede dalla stessa struttura organica della singolare compagine del dipinto, che impone al pittore, per ogni atto del pennello, il duplice intento della stabilità dei colori e del loro significante aspetto, essendo resistenza ed idoneità dei mezzi tecnici legate in modo tanto indissolubile da non potersi dividere senza che scompaia l'arte stessa; poiché, mancando resistenza nel materiale pittorico contro le infinite cause che tendono nel volgere del tempo ad alterarlo, esso deve necessariamente distruggersi, come, mancando l'idoneità dei mezzi per raggiungere la riproduzione del vero, viene l'opera a porsi da sé fuori dell'orbita dell'arte.
Librerie Coop
Con "Gli innamorati" - raffinatissimo, quasi diabolico studio di carattere si apre l'ultima grande stagione della copiosa produzione goldoniana: quella polarizzata sul doppio tema della decadenza della borghesia e delle timide speranze nelle virtù native del ceto popolare. Nei "Rusteghi" il rozzo conservatorismo della classe abbiente da vita a un quartetto di reazionari-misantropi che in fin di commedia è sconfitto dai giovani e dalle donne. "La casa nova" e ancor più "Le smanie per la villeggiatura" affrontano i temi della stolta dissipazione, dell'orgoglio fatuo, delle vacue apparenze che spingono la borghesia a volere molto più di quanto si addica a un'equilibrata collocazione nel contesto sociale.
Librerie Coop
Questo libro, riproposto a distanza di oltre trent'anni dalla sua prima edizione (1983), racconta di un teatro che «non c'è più» e che tuttavia non smette di riguardarci da vicino e di interrogarci ancora oggi. Riferendosi a eventi e tematiche teatrali che vanno, all'incirca, dal 1968 al 1977 (tanto per scegliere due date tutt'altro che casuali), è un libro di «storia», che parla di «fatti storici». O meglio, si tratta di una cronica, di una raccolta di mémoires pour servir alla storia del teatro di ricerca e sperimentazione nel secondo dopoguerra. In particolare, è tra la fine degli anni Sessanta e la prima metà dei Settanta che il Nuovo Teatro gioca con utopico fervore tutte le sue carte (ritrovandosele, spesso, bruciate in mano o trasformate in vuote parole d'ordine): ricerca collettiva, laboratorio, decentramento, teatro politico, partecipazione, lavoro di base, animazione, festa. In questi saggi - scritti in un arco di tempo che va dal 1973 al 1982 - l'attenzione di De Marinis si rivolge appunto, fra l'altro, alle esperienze più avanzate (più «al limite») e significative al riguardo (quelle di Grotowski e del suo Teatr Laboratorium, dell'Odin Teatret di Eugenio Barba, di Giuliano Scabia - cui è dedicato un intero capitolo -, di Peter Brook, del Living Theatre, del Movimento del Settantasette e altre ancora), con lo scopo di restituire - «a caldo» - alcuni momenti e di discuterne criticamente presupposti e implicazioni, precedenti e risonanze. Ricordando con rabbia, costringendoci (al di là di ogni facile atteggiamento liquidatorio ma anche al di fuori di qualsiasi intento agiografico o, peggio, furbescamente revivalistico) a rifare i conti con questi ormai lontani «dieci anni che (non) hanno cambiato il teatro». Per non ripetere il passato, e i suoi errori, bisogna conoscerlo. Questo si dice di solito per giustificare gli studi storici. E ciò dovrebbe essere vero a maggior ragione per un periodo tumultuoso e controverso, ma indiscutibilmente creativo anche e soprattutto in teatro, come gli anni Sessanta-Settanta, di cui questo libro ci parla con appassionata ma non arbitraria tendenziosità. Un suggestivo intervento di Moni Ovadia introduce il volume.
Librerie Coop